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THE DISCOVER OF THE NEWS' SPACE

POLITICA
3 gennaio 2011
L'ALTRO LATO DEL CASO-BATTISTI - Umano, giudiziario e diplomatico

Potremmo anteporre gli ideali agli affari. Ma ci rimetteremmo tutti, di qua e di là dall'oceano, e ci rimetterebbero soprattutto i lavoratori, coloro che vivono di riflesso le importanti relazioni commerciali tra Italia e Brasile. Perchè il "caso-Battisti" non è il solo che va tenuto in considerazione.

 

Certo, è grave, anzi, gravissimo che un presidente uscente (figura peraltro politicamente discutibile) come Lula, a poche ore dalla fine del suo mandato, si sia espresso contro la consegna alle autorità italiane di un terrorista di prim'ordine come Battisti. Ma far seguire a questo l'interruzione delle relazioni diplomatiche e degli scambi commerciali, come azzardano i più temerari, con boicotaggi e proteste formali che metterebbero a rischio i rapporti tra Roma e Brasilia, apre francamente troppo: significherebbe sovrastimare un caso che deve essere trattato, piuttosto, sotto altri punti di vista, in altre sedi, proseguendo con gli strumenti che il Governo italiano, con Berlusconi in prima battuta, hanno sin dall'inizio saputo ben individuare. Impensabile quindi andare oltre la richiesta, opportunamente avanzata anche dal Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, e rivolta alla neo-presidente carioca Dilma Rousseff, di rivedere la discutibile decisione di Lula.

 

 

Il caso umano (e giudiziario), delle vittime e dei loro familiari, non può non fare i conti con la montagna di relazioni commerciali che giornalmente intercorrono tra i due Paesi: un paese in difficoltà, come l'Italia, ha bisogno da morire di una potenza economica in via di sviluppo (attualmente la decima al mondo) come il Brasile, che non offre più solo mete turistiche e manodopera a costi abbordabili, ma una infinita serie di opportunità ad aziende anche di piccole e medie dimensioni. Ma soprattutto, non ne hanno bisogno solo gli amministratori delegati, gli investitori, l'alta finanza, o peggio ancora gli speculatori: ne hanno bisogno le decine di migliaia di lavoratori che vivono grazie a stabili rapporti di cooperazione internazionale, come di aiuti e contributi dovuti a accordi di carattere reciproco e solidale.

 

Non si tratta solo di mantenere alte le quotazioni di Fiat e Finmeccanica, solo per dirne due: la rete di scambi commerciali è talmente fitta che è altrettanto impensabile diradare incontri e accordi tra uomini d'affari e rappresentanti di vertice della politica dei due Paesi. Il caso-Battisti non deve per questo passare in secondo piano, ma nemmeno dovrà condizionare gli incontri che dovranno per forza mantenersi improntati al positivo anche nell'immediato futuro: "solida amicizia" come l'ha definita il neo-ministro della Giustizia del Governo Roussef, confermando la correttezza della decisione di Lula.

 

Il caso umano e giudiziario dovrà trovare sedi opportune dove essere riprensentato, trattato, affrontato e risolto come desidera l'Italia (e su questo non devono esservi tentennamenti di nessun tipo), ma il binario non può che essere quello che opportunamente Berlusconi ha tracciato: parallelo, a una giusta distanza e capace di essere tenuto costantemente sott'occhio, rispetto a quello delle relazioni internazionali, che non potranno in alcun modo vedere pregiudicato il solido rapporto diplomatico che un terrorista come Battisti non può permettersi di incrinare. Altrimenti, allora sì, avrebbe vinto soltanto lui.

(Andrea A. Bonacchi)

POLITICA
2 gennaio 2011
DIETRO LA "CRISTIANOFOBIA" - Il rischio vero è per le libere scelte individuali

Ciò che sta accadendo in alcune parti nel mondo contro la libertà religiosa dei Cristiani è di una gravità inaudita e impone a tutto l'Occidente di riflettere su dove rischiamo di andare, consentendo, di fatto, la graduale islamizzazione della nostra cultura. 


Altro discorso è da farsi però all'opposto: quanto i Cristiani sono responsabili, a causa di un certo ecumenismo filo-integrazione, di ciò che sta accadendo altrove? 


 

E ancora: mentre i laici si sentono coinvolti in tutto questo e si ergono a difesa della libertà individuale dei Cristiani nei Paesi islamici, i "Cristiani garantiti" a cosa sono disposti a rinunciare, in nome del progresso e dei diritti civili non ancora riconosciuti, nella nostra parte del mondo? 


Perchè in pericolo non è solo la libertà religiosa, ma la libertà in senso stretto, è in pericolo la libertà di non professare la religione islamica o qualunque altra religione o precetto da essere ritenuto più giusto di altri in quel determinato contesto sociale. 


Dietro questa "cristianofobia", c'è l'ennesimo rischio su scala mondiale per la laicità e le libertà individuali. 


Per questo i laici, devono chiedere a gran voce il rispetto della libertà di non professare quella Fede, qualunque essa sia, se imposta, e al tempo stesso, di continuare a chiedere più diritti e un nuovo assolutismo della libertà individuale, unica garanzia affinchè tutti, ovunque, possano sentirsi pienamente tutelati nelle proprie scelte personali.

 

(Andrea A. Bonacchi)

POLITICA
11 settembre 2010
L'ITALIA APPESA A UN FILO, CHE SI CHIAMA SILVIO BERLUSCONI - Senza di lui l'Italia Unita sarebbe alla frattura

 

 

 Spiegare il clima politico di quest'ultimi mesi non è certo impresa agevole, né tanto meno lo sarà prevedere i possibili sviluppi futuri.

 

Lo scontro Fini-Berlusconi che ha messo in crisi la maggioranza ed ha bloccato di fatto il lavoro riformista del governo, non può essere interpretato secondo letture semplicistiche che vogliono ricondurlo ad una naturale contrapposizione di leadership o di richieste politiche più o meno importanti su ruoli e rapporti di forza interni alla maggioranza. Si deve pertanto azzardare una valutazione più ampia allo scopo di trovare delle chiavi di lettura più soddisfacenti.

 

Il Paese si trova sempre più ad essere spaccato: vi sono regioni virtuose e regioni drammaticamente distanti da tali standards ed ormai la situazione appare incontrovertibile sin dai tempi dell'Unità d'Italia. L'imminente attuazione del Federalismo nella sua forma pura ed ideale prevederebbe una autonomia effettiva degli enti locali, ma con ciò porterebbe ad una responsabilizzazione di quei territori e di quelle amministrazioni che sino ad oggi si sono sovente permesse impunemente di sforare tetti e non rispettare patti ed accordi di spesa.

 

La spesa sanitaria, in rapporto alla qualità delle prestazioni regione per regione, appunto né è l'emblema: al centro nord è difficile trovare una sanità regionale al di sotto della media di efficienza europea, al sud è praticamente impossibile farlo. Ed il paradosso è che dove la sanità costa meno, tendenzialmente funziona meglio. Contrapporre la sanità calabrese o campana a quella toscana o lombarda (per non scomodare il virtuosissimo veneto) diventa davvero imbarazzante: costi decuplicati per una medesima prestazione, con risultati diciamo incerti, secondo l'assunto che spesso troppi cuochi imbrattano la cucina (pensiamo alla triste e recente vicenda messinese).

 

Non solo, il sospetto che in certe regioni vi siano pesanti infiltrazioni mafiose talvolta è qualcosa di più concreto di un luogo comune (basti pensare al sequestro per reati di mafia disposto di recente al patrimonio dell'ultramiliardario leader della sanità privata siciliana). Insomma al Sud, diciamo così, il federalismo nella sua forma più pura e “retributiva” non piace, anzi non conviene.

 

Un secondo punto di notevole importanza è l'incessante e straordinario lavoro che il governo ha fatto nella lotta alle mafie nel tentativo di portare la Sovranità Nazionale dove mai era giunta sino ad oggi. I risultati investigativi e finanziari ottenuti dal Governo sono impressionanti contro le mafie, con decine di miliardi di euro di beni sequestrati alle cosche (non solo siciliane). Inutile ricordare come quel Ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che conduce questa battaglia senza tregua sia un esponente della Lega Nord che da tempo postula la necessità di questa lotta ed una maggiore autonomia del Nord rispetto alle “necessità” assistenziali del Sud del paese.

 

Inutile sottolineare come il demiurgo del “federalismo fiscale” nella sua prima recente veste sia quel Giulio Tremonti, tesserato Pdl, ma a tutti gli effetti colonna portante del progetto leghista. Federalismo fiscale che prevede appunto sanzioni, stavolta effettive e pesanti, a quegli enti locali che dovessero sgarrare i patti di stabilità, che prevede tagli inemendabili ed ineludibili e che, è certo, non esiterà a realizzare l'invio massivo di commissari straordinari e sostituire chiunque non rispetterà tali regole con un “prefetto di Varese”.

 

 

Non credo sia necessario evidenziare come i rigurgiti anti-leghisti, che sono sorti da un anno a questa parte all'interno del Pdl, vengano appunto da lontano. Dapprima fu Micciché con il fantomatico e soltanto minacciato partito del Sud. Poi, in maniera assai più incisiva, è stato Fini. Quest'ultimo nel suo turlupinante discorso di Mirabello, dove ha detto tutto ed il contrario di tutto (ridicolo addirittura nell'affiancare l'idea di un partito liberale di massa all'idea che il cittadino deve servire lo stato: roba da coliche renali!!!), è stato chiaro solo su un punto: che non gradisce un federalismo “punitivo” nei confronti del Meridione. E' facile, facendo la conta dei deputati e senatori “finiani”, rilevare che essi provengono o sono stati eletti, per la quasi totalità, in regioni del “Meridione”. Qualcuno dica a Fini, però, che se la Padania non esiste, non esiste nemmeno il Meridione.

 

 

Mi scusino l'inciso, ma ritengo che sia evidente invece l'esistenza di entrambi nel momento in cui si vengono a creare, nel Parlamento di un Paese, forze così assortite e contrapposte. Se poi si pensa che il PD, che dovrebbe guidare l'opposizione, è, secondo i risultati elettorali recenti e le proiezioni sulle intenzioni di voto, ormai ridotto ad un partito dell'Appennino Tosco Emiliano tutto è più chiaro.

 

Ciò considerato - tralasciando le influenze dei poteri esteri, forti o marci che siano, sulla politica interna italiana- penso sia legittimo e corretto affermare che l'Italia è appesa ad un filo. L'Italia Unita nei fatti non esiste più e sopravvive ormai nella leadership di Silvio Berlusconi, l'unico in grado di governare, almeno fino ad adesso, con la Lega Nord e con i “finiani”. Senza Berlusconi ciò sarebbe impossibile e l'Italia probabilmente sarebbe già qualcos'altro: questo lo ha capito anche Bersani a quanto pare...

 

Se dunque il Governo Berlusconi dovesse cadere, nulla potrebbe portare un governo tecnico se non una tregua temporanea ed invece il verificarsi di elezioni anticipate aggraverebbe questa frattura tra nord e sud, tra Lega e Fli (più UDC e simili) che - è facile prevedere - farebbero incetta di voti. Dunque l'Italia mai come adesso è appesa ad un filo e quel filo si chiama, ancora una volta, Silvio Berlusconi anche perché -sono convinto dell'esattezza di quanto sostenuto da Gianfranco Miglio in uno storico discorso datato 1991- “alla fine il federalismo s'imporrà perché è nella natura delle cose.”

 

(Simone Frosini)

 

LAVORO
25 agosto 2010
NELLA PUGLIA DI VENDOLA, UN OPERAIO MUORE PER POCA SICUREZZA SUL LAVORO - Tragedia, cade in una cisterna, altri due salvi per miracolo

Nella regione governata dall'unico Presidente dichiarato e orgogliosamente comunista, Nichi Vendola, già candidato alle primarie per contendere (chissà quando) la premiership a Silvio Berlusconi, un grave incidente sul lavoro uccide un operaio caduto in una cisterna. Altri due sono stati estratti ancora vivi.

Sicurezza: declinata spesso dal centrodestra solo a protezione dei beni, immeritatamente contro gli immigrati, direbbe Vendola, la sinistra al governo della regione non è evidentemente capace di garantire quella che pare stargli, almeno a parole, più a cuore. Poca sicurezza sul posto di lavoro.

Serve invece, forse, di liberarsi dai vecchi retaggi ideologici e mettere in campo concrete azioni di prevenzione contro gli infortuni (e purtroppo, come in questo caso, anche le morti) sul posto di lavoro. E su questo Vendola dovrebbe saperci dire, un giorno o l'altro, cos'ha fatto di concreto, quali risultati ha ottenuto e quali iniziative ha posto in essere da quando, ormai da più di una legislatura, ha vinto anni e anni fa le elezioni.

(Andrea Bonacchi)

24 agosto 2010
APERTURA A CASINI: MA SE CI STA FINI, PERCHE' NO? - Berlusconi rifletta: Governo salvo, ma poco saldo

C'è ora anche la variante impazzita: Casini nella maggioranza, l'UDC coinvolto nel Governo. La "contromossa" dei Finiani, che alzano la posta per appianare il dissenso con Berlusconi, passa dallo scudo crociato. Come dire: gli ex-missini non vanno da nessuna parte senza i neo-Dc. Incredibile a dirsi, ma questo accade sotto il sole di ferragosto nella politica italiana.

In sostanza cosa vuole Fini: ok al documento di Berlusconi. Fini però sa bene che dopo questo passaggio delicato, i problemi resterebbero. L'asse Bossi-Tremonti è forte, fortissimo, inossidabile. Ecco allora la necessità di disinnescare rischi futuri, soprattutto negli equilibri di coalizione, integrandola con i centristi, che darebbero man forte a Fini e ai suoi su temi caldi come la giustizia e l'immigrazione.

Berlusconi sa, del resto, che con Casini è già nella "grande famiglia del Partito popolare europeo", ma sa anche che l'UDC non pochi problemi già dette alla precedente esperienza governativa, tanto da spingere il Cavaliere a privarsi dell'ex-alleato proprio per lavorare meglio nell'interesse del Paese. Ma se ora Fini pone come condizione l'alleanza strategica con l'UDC, per ottenerne uno dovrebbe rimbarcarne due. Insomma, dal Popolo della Libertà si tornerebbe alla Casa della Libertà, un balzo indietro di tre anni, in nome, però, di non si sa che cosa.


Col ritorno di Casini, ci sarebbe la riedizione della Casa delle Libertà...

Il Governo sarebbe probabilmente salvo: ma a quale costo? Salvo, ma non saldo: vivrebbe quasi alla giornata, senza guadagnarne granchè in salute. Vivo, ma poco più che vegeto. Quali riforme potrebbe fare, tra le tantissime che ha in mente, un Premier che oltre a dover trattare con Fini si troverebbe al tavolo di Palazzo Chigi anche Pierferdinando Casini? Con Bossi che non può vedere nessuno dei due e, soprattutto, con esperienze passate che non suscitano bei ricordi anche nei rapporti personali tra il leader centrista e il Cav.

"In nome del PPE" potrebbe essere l'unica motivazione che spingerebbe Berlusconi a tentare questa carta. Del resto, se ci sta Fini, perchè fare a meno di Casini. Si tratterebbe, a ben vedere, proprio del governo delle "larghe intese", che qualcuno chiede. Ma con Berlusconi in sella.

(Andrea Bonacchi)

POLITICA
17 agosto 2010
"NAPOLITANO TRADISCE LA COSTITUZIONE: FINGE SOLO DI DIFENDERLA" - Bianconi: "E su Fini doveva tacere come fece un anno fa su Berlusconi"

Onorevole Maurizio Bianconi, non sia noioso però, le questioni tecniche non le legge nessuno.
«Eh, lo so, ma queste cose bisogna dirle, Giorgio Napolitano sta tradendo la Costituzione».

Olé, iniziamo bene.
«La Costituzione la puoi tradire non rispettandola, oppure fingendo di rispettarla».

Di bene in meglio.
«Partiamo dall’inizio: formazione del governo Berlusconi».

Fin qui.
«Napolitano conferisce l’incarico al premier, nel giro di tre ore il governo è fatto».

Le consultazioni furono rapidissime rispetto alle lungaggini della prima Repubblica.
«E Napolitano spiegò il perché. Disse che in questo sistema bipolare, col premier indicato sulla scheda, è il risultato elettorale a determinare l’assegnazione degli incarichi».

Quindi?
«Napolitano smentisce se stesso, con un atto di incoerenza gravissima, dicendo no al voto anticipato e sì alla ricerca di un governo tecnico».

Lui parla di governo politico.
«Un falso problema. Se è per quello ci sono stati governi balneari, ponte, di transizione, monocolore d’attesa...»

Si fermi!
«Come lo chiami lo chiami, la politicità non sfugge. Il punto è che non è il governo uscito dalle urne».

Napolitano cita la Costituzione, però.
«Ma si rimangia una Costituzione da lui stesso costituita sotto il profilo materiale».

Che detta un po’ meno cripticamente...
«Lui stesso formando il governo ha accreditato una prassi che ora non può smentire. Un altro presidente della Repubblica potrebbe farlo, lui ormai non può più tornare indietro, perché si è autovincolato. Se tu stesso hai garantito una Costituzione materiale basata sul risultato elettorale, cercando un governo diverso in parlamento non stai rispettando la Costituzione, ma solo contraddicendo te stesso».


Napolitano e Fini

Napolitano chiede anche la fine del clima da resa dei conti, parla di «pressione delegittimante» su Fini.
«L’estate scorsa, quando Berlusconi finì sotto attacco sul piano personale, Napolitano si guardò bene dall’intervenire».

Vabbè, ora farà la difesa del capo pure lei...
«Il contrario. Napolitano fece bene a restarne fuori. Perché il premier è anche un leader politico, e chi va per questi pelaghi è normale che trovi tempesta».

Diversa la situazione della terza carica dello Stato.
«Napolitano avrebbe fatto meglio a scegliere il silenzio anche su Fini. Ma se è davvero attento alla presidenza della Camera, avrebbe dovuto dire a Fini: datti una calmata».

Datti una calmata.
«Eh sì! Perché vede, Berlusconi, in quanto premier, è un pesce nell’acquario. I presidenti invece, da Fini a Napolitano, dovrebbero essere gli osservatori e i garanti dell’acquario».

Fini s’è tuffato?
«Se il presidente della Camera fa politica in prima persona, diventa capofazione, ispira e anima gruppi parlamentari e addirittura un partito parallelo con tanto di coordinatori sul territorio come Generazione Italia e determina la sua connotazione pubblica come il capopopolo contro il premier, ecco, allora è lui stesso a esporsi agli attacchi». 

Insomma è stato lui il primo a incominciare.
«Sfogli gli ultimi mesi: non troverà una sola occasione in cui non abbia indicato un percorso politico invece che istituzionale. Ma il vulnus si è creato in due episodi specifici».

Sarebbero?
«Intanto quella volta del portavoce».

Quale volta?
«Eh, già, perché voi giornalisti siete distratti. Prima della votazione sulla fiducia a Giacomo Caliendo, fu il portavoce della presidenza della Camera Fabrizio Alfano a spiegare che i finiani avrebbero ricevuto indicazione su come votare da Fini, un minuto prima di entrare in Aula».

Davvero?
«Eh, davvero sì. Non si usa il portavoce istituzionale per fare comunicazioni da capofazione!».

E il secondo episodio?
«È precedente. Settembre 2009, al ritorno in aula dopo le ferie c’era Italo Bocchino che girava fra i banchi a caccia di firme in solidarietà a Fini contro gli attacchi di Vittorio Feltri sul Giornale».

La famosa lettera dei 54?
«Sì. Bocchino disse: “La chiede Fini”, e Fini presiedeva la seduta. Un episodio gravissimo, anche perché la solidarietà era un pretesto, la verità è che quella fu la prima conta dei finiani».

Napolitano dice che ha reagito a chi chiede il voto anticipato senza averne la competenza.
«Ne ha il diritto, la prerogativa è sua. Però vede, chiedere il voto si può, un uomo politico può dire quello che vuole. Un uomo delle istituzioni invece deve dire ciò che le istituzioni dicono».

(da Il Giornale)

POLITICA
15 agosto 2010
FINI-FLOP ALLE URNE: 5%, RESISTE IL PDL AL 31 - Incognita al Sud, Lega fortissima al Nord, Pd alla sbarra

La prospettiva di elezioni anticipate suggerisce di approfittare della pausa ferragostana per immaginare quale potrebbe essere il consenso per le diverse forze in campo.

Nel centrodestra, il partito in condizioni più smaglianti è la Lega, che gode di una solida coesione interna, di una leadership salda e riconosciuta e di un forte radicamento sul territorio. A fine luglio (i sondaggi effettuati in agosto sono pochi e, specialmente, poco attendibili) le veniva attribuito un seguito pari al 10-11% dell'elettorato, ma, data la situazione delle altre forze, può ragionevolmente anche pensare ad un risultato maggiore.

Il carisma di Bossi trascina la Lega nella roccaforte padana

Anche il partito di Berlusconi mantiene un largo consenso (attorno al 30-31%), dovuto specialmente al carisma del suo leader che, malgrado l'erosione degli ultimi tempi, continua a disporre dell'approvazione di circa il 40% degli italiani. In caso di elezioni, tuttavia, il Popolo della libertà affronterebbe qualche situazione problematica, specialmente al Sud, ove esso è indebolito, sia per la stretta alleanza con la Lega (vissuta da parte dell'elettorato meridionale come «nemica»), sia, specialmente, per non potere più disporre del seguito di cui qui godono Fini e diversi suoi luogotenenti, gran parte dei quali proviene appunto dal Sud. E, come si sa - e come hanno sottolineato sia Diamanti sia Ricolfi - è al Sud che si vincono (o si perdono) le elezioni.

PDL di Berlusconi oltre il 30% anche senza Fini

Appare dunque decisiva la collocazione del presidente della Camera. Nel caso corresse con una forza autonoma, gran parte degli studi condotti a luglio gli attribuiva tra l'8 e il 10%. Ma alcune rilevazioni più recenti sembrerebbero intravedere un calo sensibile, sino al 5-6%.

Anche per questo, è diffusa la convinzione che l'ex leader di Alleanza nazionale potrebbe allearsi con altri, costituendo una sorta di «terza forza». Il seguito potenziale di questa formazione, che potrebbe comprendere l'Udc (circa il 5% dell'elettorato), Rutelli (1%), Montezemolo (nel caso scenda in politica) e altri, è arduo da stimare. Alcune rilevazioni recenti le attribuiscono un potenziale fino al 20%, sottratto sia al centrodestra, sia, in buona misura, anche al centrosinistra. Ma tutto dipende dal grado effettivo di coesione interna di questa eventuale formazione e, specialmente, dalla «diversità» che essa riuscirà a comunicare agli italiani. Le analisi mostrano infatti come l'elemento di maggior attrazione della «terza forza» è il senso di crescente sfiducia e delusione di una parte dell'elettorato verso gli schieramenti maggiori e la voglia di qualcosa di differente.

Montezemolo: incognita centrista, un fantasma per Fini

Tra i partiti dell'opposizione, il Pd appare particolarmente debole, sia sul piano dell'entità dei voti raccolti (attorno al 25-26%), sia su quello, pure importante, della distribuzione territoriale, essendo sempre più concentrato nel suo alveo tradizionale, le regioni «rosse». In più, la notevole conflittualità interna e la conseguente carenza di una leadership forte e condivisa, minano la capacità di attrazione dei Democratici nei confronti dei (numerosi) elettori indecisi. Accanto al Pd, mantengono le loro posizioni l'Idv (6-7%), Sinistra e Libertà (3-4%) e altre forze minori.

Per il PD pesa una leadership debole e non condivisa

Questo quadro può però cambiare anche radicalmente nel caso fossero indette davvero nuove consultazioni. Una larga quota di elettori formula infatti la propria opzione solo nel corso della campagna elettorale. Che rappresenta dunque sempre più il fattore decisivo per il risultato. E nella quale, forse è inutile ricordarlo, Silvio Berlusconi è maestro.

(Renato Mannheimer)

 

SOCIETA'
15 agosto 2010
OBAMA SI TUFFA NELLA MAREA NERA - Ferragosto-spot nel Golfo con la figlioletta Sasha

"Non sarò soddisfatto finchè l'ambiente non tornerà ad essere quello di prima, nè saranno tollerati ritardi nei risarcimenti a chi ha subito danni dalla fuoriuscita del petrolio": Obama suona la carica, dopo l'ennesima crisi di consensi dovuti ai ripetuti insuccessi della sua amministrazione.

Un'immagine di una bagnante che ha percorso le spiagge contaminate del Golfo

E così alla vigilia di Ferragosto, che negli Usa però non festeggiano come da noi, appena la moglie è tornata dalle contestatissime vacanze spagnole (che hanno attirato le critiche proprio mentre la crisi americana fa sentire i suoi morsi anche nel turismo), Obama ha preso in braccio la figlioletta minore, Sasha, e s'è tuffato nelle acqua del Golfo, per dire all'America: "va tutto bene, se faccio il bagno io, potete venirci anche voi, famiglie incluse".

Se non fosse però che il palcoscenico è quello comodo di dove la marea nera non è (ancora) arrivata. Le spiegge ripulite dalla British Petroli sono distanti e assolutamente minoritarie rispetto alle coste colpite dal greggio.

Qualche comico ha perfino ironizzato sulla scenetta: come fa un presidente con quel colore della pelle a dire che non c'è niente da temere nel golfo inquinato dalla marea nera?

"Ho in mano la catastrofe petrolifera nel Golfo" dice Obama in questa vignetta polemica sulla gestione dell'emergenza.

(Andrea Bonacchi)

POLITICA
9 agosto 2010
TUTTI GLI EX-AN CONTRO FINI - Coro all'unisono: La Russa, Santanchè, Storace

"Se ne vada", "si dimetta subito", "Fini non è più super-partes", "Lasci la presidenza della Camera": in poche ore Gianfranco Fini è obiettivo degli ex-An, che si rivolgono al vecchio padre-padrone di Alleanza nazionale, sancendo la sfrattura insanabile vera e propria: non tra Fini e Berlusconi, ma del vecchio leader coi "suoi".


Il ministro e coordinatore nazionale PDL, La Russa

Va detto, tra l'altro, che la questione morale invocata dallo stesso Fini per marcare i distinguo dal PDL, mal si conciliano con la casa di Montecarlo, patrimonio immobiliare del partito, passata a prezzi sotto-mercato al fratello della compagna di Fini.

Così, oltre al portavoce del partito, Capezzone (PDL), La Russa, Storace e la Santanchè, a vario titolo cercano di impallinare Fini. Disseppellite così tante asce, sarà difficile recuperarlo.

(Andrea Bonacchi)

SOCIETA'
2 agosto 2010
RISCHIO-CROLLO PER LA PIU' GRANDE DIGA DEL MONDO - Alluvioni e rifiuti minacciano in Cina milioni di persone

La diga delle Tre Gole (il fiume attraversa infatti le Gole del Qutang, Xiling e Wuxia) è la più grande diga al mondo, costruita (a tempi di record) in 12 anni, dal 1994 al 2006, capace di contenere le acque dello Yangtze (fiume Azzurro), per un totale di 39 miliardi di metri cubi.

La più grande opera di ingegneria idraulica di tutti i tempi però è da alcuni giorni sottoposta al "test più serio": le alluvioni e i rifiuti convogliati al suo interno stanno mettendo a dura prova la sua capacità di resistenza.



In pericolo sono oltre un milione e mezzo di persone nelle immediate vicinanze, ma molte di più potrebbero essere coinvolte in un eventuale disastro, dato che il maltempo di prevede possa durare almeno per altr 15 giorni, che sommati a quelli precedenti, costringerebbero le autorità a dover mettere mano a un imponente piano di evacuazione a valle.

La diga per adesso "non corre rischi", confermano i responsabili della sicurezza della struttura. La sua capacità è di 100mila metri cubi al secondo, per adesso siamo a 80mila. Si tratta però di tenere in considerazione l'incremento dell'afflusso di acque alluvionali, che portano con sè anche molti detriti che ostruiscono condotti e colpiscono con grande forza la struttura in cemento.

La diga è appunto un'opera imponente coi suoi pro e contro: la sua costruzione ha provocato lo spostamento di 1,4 milioni di abitanti e entro il 2023 le autorità cinesi ritengono di dover fare altrettanto per 4,1 milioni di abitanti. Ha determinato la distruzione di habitat naturali e conseguente scomparsa di animali e vegetali in enormi quantità, oltre ad aver sommerso circa 1500 siti archeologici di grandissimo valore. Va per detto che l'energia che la forza delle acque potranno produrre risparmierà al pianeta 50 milioni di tonnellate di aidride carbonica all'anno. Il trasferimento di 5,5 milioni di persone in zone urbane non preesistenti, l'impatto dell'industria e dei trasporti e i costi ambientali per la costruzione del bacino, secondo alcuni vanificherebbero questo risparmio di inquinamento atmosferico dovuto alla sostituzione dell'energia a produzione a carbone con quella idroelettrica.

(Andrea Bonacchi)

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